Federbeton sul DL Bollette
Federbeton, la Federazione di Confindustria che rappresenta la filiera del cemento e del calcestruzzo, accoglie con favore il DL 21/2026, c.d. DL Bollette, il provvedimento attraverso cui il Governo interviene per contenere i costi dell’energia e incidere sui meccanismi di formazione del prezzo dell’elettricità. In una fase ancora caratterizzata da elevata volatilità dei prezzi energetici e da un significativo differenziale di costo rispetto ad altri Paesi europei, Federbeton sottolinea però la necessità di misure di equità più specifiche per la filiera italiana del cemento.
«Nel complesso, la bozza del DL Bollette rappresenta un segnale di attenzione per imprese e settori ad alta intensità energetica, perché interviene su elementi strutturali della formazione dei prezzi dell’energia e abilita strumenti utili a supporto della transizione. Tra questi, il disaccoppiamento tra costo del gas e prezzo dell’energia elettrica, una delle principali cause degli aumenti registrati negli ultimi anni, può ridurre in modo strutturale i costi energetici anche sul lungo periodo, garantendo maggiore stabilità e minore rischio per gli investimenti. Federbeton esprime quindi una prima valutazione positiva e conferma la propria disponibilità a collaborare nella fase di conversione e attuazione del provvedimento, affinché le misure previste si traducano in benefici concreti», ha dichiarato Nicola Zampella, Direttore Generale di Federbeton. «Tuttavia, restano sfide importanti per il nostro settore, caratterizzato da elevata intensità energetica e da forte esposizione alle importazioni extra-UE».
Le importazioni di cemento e clinker da Paesi extra-UE sono quasi decuplicate in dieci anni, mettendo a rischio le aziende del comparto. Si tratta di una dinamica particolarmente critica per l’Italia che, con 8.000 km di coste, è strutturalmente più esposta rispetto ad altri partner europei alla pressione competitiva di Paesi del Mediterraneo che operano con standard ambientali meno stringenti e costi di produzione inferiori.
Inoltre, nella produzione di cemento il 60-65% delle emissioni dirette di CO2 deriva dalle stesse reazioni chimiche di processo ed è quindi incomprimibile. Questo rende la decarbonizzazione più complessa rispetto ad altri settori hard to abate e richiede investimenti elevati, stimati fino a 5 miliardi di euro nella Strategia di decarbonizzazione presentata lo scorso settembre.
«Pur riconoscendo che alcune misure del decreto possano attenuare la disparità con altri settori energivori, le peculiarità della filiera italiana rendono essenziale l’inclusione nel Temporary Decarbonization Fund e nella lista delle compensazioni dei costi indiretti della CO₂, strumenti fondamentali per colmare il gap di costo rispetto ad altri Paesi europei, sostenere la competitività industriale italiana e accompagnare la decarbonizzazione. Ciò sarebbe possibile solo attraverso un meccanismo di opt-in nazionale, poiché il cemento non è attualmente presente nella lista europea dei settori eleggibili», ha concluso Zampella.
Il settore del cemento non è stato incluso, nella bozza in discussione, fra i destinatari del Temporary Decarbonisation Fund, concepito per accompagnare il phase-out (riduzione graduale) delle quote gratuite ETS nei settori interessati dal CBAM.
Inoltre, l’industria del cemento rimane esclusa dalle compensazioni dei costi indiretti ETS (aumento del prezzo dell’elettricità dovuto al prezzo della CO₂ nel sistema EU ETS) anche a seguito della revisione delle Linee Guida europee di dicembre 2025. Questa esclusione non riflette le specificità del contesto italiano, caratterizzato da un rischio di carbon leakage più elevato. Infatti, l’Italia è più esposta alle importazioni a causa della posizione geografica. La conseguenza è la delocalizzazione della produzione di cemento in Paesi che non hanno le stesse normative ambientali europee con un potenziale aumento di emissioni di CO2.
