CBQ, a rischio la manutenzione delle strade

L'Associazione Conglomerati Bituminosi di Qualità, che riunisce 58 impianti in otto Regioni, ha scritto a Governo, Regioni e grandi committenti. Le richieste: un tavolo con le raffinerie per calmierare il prezzo del bitume e una revisione prezzi che arrivi fino agli impianti di produzione.

Il bitume è passato in pochi mesi da circa 420 a oltre 700 euro per tonnellata, e il gasolio pesa su ogni passaggio della logistica. Per la filiera delle pavimentazioni stradali è un mix che rischia di mettere in difficoltà appalti, cantieri e programmi di manutenzione. A lanciare l'allarme è l'Associazione Conglomerati Bituminosi di Qualità (CBQ), che il 27 ottobre ha inviato una nota alle principali Istituzioni nazionali e ai maggiori committenti infrastrutturali del Paese.

Tra i destinatari figurano la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il Garante per la Sorveglianza dei Prezzi e l'ISTAT. La nota è stata inviata anche alle Regioni interessate, ad ANAS, alle principali concessionarie autostradali, ai gestori di ferrovie, aeroporti e porti e agli enti che affidano lavori di pavimentazione.

Bitume da 420 a oltre 700 euro a tonnellata, e il gasolio pesa su tutta la logistica
Secondo i dati riportati dall'Associazione, nel corso del 2026 il prezzo del bitume ha registrato incrementi definiti «eccezionali»: dai valori medi di circa 420 euro per tonnellata si è arrivati a quote vicine, e in alcuni casi superiori, ai 700 euro. Un aumento nell'ordine del 67%.

A questo si somma il rincaro del gasolio, che incide su tutta la catena produttiva. Pesa sul trasporto del bitume dalle raffinerie agli impianti, sulla movimentazione di aggregati e fresato e sulla consegna del conglomerato ai cantieri.

Per CBQ la combinazione dei due fattori rischia di compromettere la sostenibilità economica delle lavorazioni stradali. Le conseguenze, avverte l'Associazione, ricadrebbero sugli appalti pubblici, sulla programmazione degli interventi e sulla capacità delle imprese di garantire manutenzioni continue, di qualità e tempestive.

«Il bitume è una materia prima strategica per la manutenzione e la sicurezza della rete stradale nazionale», afferma il presidente di CBQ, Ing. Luca Solfaroli. «Quando il suo prezzo cresce in maniera così rilevante, il problema non riguarda soltanto i produttori, ma si trasferisce sull'intero sistema dei lavori pubblici e, in ultima analisi, sulle Amministrazioni e sulla collettività».

Le richieste: tavolo con le raffinerie e revisione prezzi lungo tutta la filiera
La prima richiesta è rivolta al Governo:
avviare un confronto diretto con le principali raffinerie, sul modello del percorso seguito di recente per i carburanti. L'obiettivo è valutare iniziative volontarie e temporanee di contenimento del prezzo del bitume e rendere più trasparenti e prevedibili le dinamiche con cui si forma.

Il secondo fronte riguarda la revisione prezzi. CBQ giudica positivamente l'introduzione dell'indice TOL.5, dedicato alle pavimentazioni in conglomerato bituminoso. Chiede però di verificare che rappresenti in modo tempestivo e proporzionato le variazioni realmente sostenute dalle imprese, in particolare per bitume, combustibili, energia e trasporti.

C'è poi il nodo dei subappalti e delle forniture. Secondo l'Associazione, gli adeguamenti riconosciuti dalle stazioni appaltanti non devono fermarsi all'affidatario principale. Devono trovare riscontro, nel rispetto della disciplina applicabile e dei singoli contratti, anche nei rapporti con chi produce e fornisce il conglomerato: gli impianti, su cui ricadono direttamente gli aumenti.

Nella nota CBQ chiede inoltre:

• il rafforzamento del monitoraggio sulla formazione del prezzo del bitume;

• una verifica della composizione e delle ponderazioni dell'indice TOL.5;

• un aggiornamento tempestivo dei prezzari delle opere pubbliche;

• l'apertura di un tavolo tecnico permanente sulla filiera delle pavimentazioni stradali.

«Non chiediamo automatismi o trasferimenti indiscriminati degli aumenti», precisa Solfaroli, «ma un sistema trasparente, verificabile e realmente rappresentativo dei costi sostenuti dalla filiera. Occorre evitare che incrementi eccezionali delle materie prime compromettano la continuità dei lavori e la qualità delle infrastrutture».